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Complessità e dinamiche dell’apprendimento - di L. Mori, Edizioni ETS, Pisa, 2011

Creato il:  28 Giugno 2012

Recensione di GIANLUCA CEPOLLARO
 
L’apprendimento può essere inteso come “attraversamento dei mondi”: se ogni apprendimento emerge da un “circolo di auto-eso-referenza, di uscita e di ritorno, di attraversamento di cornici” allora esso si genera in una continua ricorsività tra partecipazione e distacco strettamente connessa alla capacità della specie umana di sospendere l’adesione al mondo nel quale si trova mentre continua a farvi riferimento (p. 8). È questa l’ipotesi centrale del bel libro di Luca Mori, giovane filosofo dell’Università di Pisa, che propone un’ambiziosa e originale interpretazione dei processi di formazione e apprendimento alla luce delle metafore della complessità.
L’interpretazione dell’apprendimento come attraversamento di mondi richiede di pensare l’intermedietà che rende possibile tale attraversamento. Si tratta dell’intermedietà “tra aspetti distruttivi e creativi del processo formativo, tra autodeterminazione e conformismo, tra il riferimento all’esistente e il riferimento al possibile, tra il già visto e ciò che resta da vedere, tra il già esperito e ciò che è altrimenti esperibile, tra il già pensato e ciò che rasenta la soglia dell’attualmente pensabile” (p. 9). Ecco quindi la necessità di promuovere la ricerca attorno a una epistemologia dell’intermedio che sappia considerare il valore della discontinuità, dei breakdown, degli inattesi perché “la possibilità di apprendere consiste nel mantenere aperta una tensione tra l’esistente e il possibile, tra ciò che si è, si sa e si può fare in un dato momento e ciò che si può divenire” (p. 23).
 L’epistemologia dell’intermedio non si concretizza nella ricerca di luoghi “neutri” che si collocano “nel mezzo”, ma come spazi in cui si favoriscono le condizioni per avere inedite connessioni tra interno ed esterno, tra soggetto e contesto. Ogni pratica formativa si relaziona attraverso l’artificialità del frame ad un sistema di sistemi complessi, menti incarnate e gruppi. Nel frame introdotto il formatore “posiziona se stesso e chiama i soggetti in formazione a posizionarsi, immaginando che almeno in qualche caso ciò che diventa visibile entro il frame possa incidere su ciò che accade ed è visibile fuori dal frame” (p. 107). Il problema della formazione, quindi, non è tanto quello di definire gli spazi intermedi quanto quello di favorirne l’esplorazione sperando che qualcosa accada in termini di apprendimento. Il frame non è mai autosufficiente e deve riuscire a far percepire, vedere, provare e pensare qualcosa di inedito aprendo allo stupore e al dubbio (p. 112). Ecco che il sostegno alla capacità di sostare e di attendere, di connettere risorse disponibili in modo nuovo, di essere disponibili all’errore e al marginale, di investire in ridondanza, di riflettere sulle possibili conseguenze dell’azione oltre l’immediato, sono alcuni dei tratti che distinguono in termini qualitativi una pratica formativa. Perché come accade negli esperimenti mentali, che Mori approfondisce come esempio di pratica formativa orientata all’intermedietà, si tratta di scorgere nuovi nessi e nuove relazioni che mettano alla prova i nostri concetti e modelli consolidati che spesso girano a vuoto fino a condurre a esiti paradossali (p. 73).
La tentazione a rifugiarsi in comodi dogmatismi è oggi più che mai nella formazione sempre in agguato e Mori suggerisce che l’unica via per percorrere la complessità è il pluralismo insito in una continua ricerca capace di coltivare il dialogo e lo scambio tra saperi e approcci diversi. Mori non smette mai nel tentativo di tracciare “ponti sottili” tra ambiti apparentemente anche molto diversi prestando sempre attenzione ai rischi che derivano dall’applicare tout court ad un campo teorie affermate in altri contesti. Emergenza, contingenza, auto-eco-organizzazione, sono metafore ampiamente attraversate nel testo che rimandano ad una visione pluralista delle scienze evolutive in opposizione ad una visione determinista che di fatto, riproponendo modelli centrati sul dualismo tra osservatore e sistema osservato, resta orientata al controllo e alla prevedibilità di ogni apprendimento.
Nelle ultime pagine, dialogando con il celebre lavoro di Enriquez sui “modelli” o “fantasmi” della formazione, l’autore si interroga su cosa e come la formazione può fare, e soprattutto pensando ai suoi limiti non può fare, mettendoci in guardia dalle posture pseudo-formative (descrittiva, di ammaestramento, prescrittiva ed ipnotica) che “esonerano i soggetti dal farsi carico di una riflessività autonoma e dal prendere atto di un’incertezza e di una conflittualità non contenibili in descrizioni e prescrizioni, né risolvibili tramite meri consigli o tramite l’eccitata adesione a qualche slogan” (p. 109).
 
 

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Giovedì, 13 Luglio, 2017 - 12:27